Ricordo di Fabrizio Zampagni per il trigesimo di Carlo Pozzi. Di seguito la nota integrale.
Mercoledì 3 settembre, ricevo un messaggio agghiacciante dall’amico architetto Gigi Acito: «Fabrizio, stanotte è morto Carlo Pozzi».
Da allora, il pensiero va insistentemente a Carlo. Frugo nella memoria e affiora quel primo incontro a Pescara. Era il 1976, entrambi venticinquenni. Ricordo Carlo mentre sciacquava un telaio di serigrafia in una vasca, nella sede forse di Lotta Continua ove lui militava.
Recandomi periodicamente a Pescara a trovare la mia famiglia e a frequentare l’Universita a Chieti, continuai a cercare Carlo altre volte. Da poco aveva ricevuto il riconoscimento come obiettore di coscienza e ed era in cerca di una sede ove prestare il servizio alternativo.
L’associazione di volontariato da me promossa (Progetto Agna, 1970) aveva stipulato la convenzione col Miristero della Difesa per accogliere obiettori servizio civile.
Carlo , laureatosi da poco in architettura, avrebbe potuto contribuire all’impegno di volontariato che l’associazione progetto Agna stava trasferendo dalla periferia dell’omonimo Rione (abitato dai contadini sfollati dai Sassi), negli antichi rioni dei Sassi (all’epoca in totale, desolante abbandono e degrado).
Qui, l’impegno sociale si muoveva con lo slogan dell “abusare per salvare” e sarebbe culminato nella emblematica provocazione della “occupazione abusiva” del rione Malve.
Già, nell’estate del ’75 , a Malve si erano svolti quattro campi di lavoro internazionali, impegnando un centinaia di giovani volontari, italiani e stranerii, per la ripulitura e manutenzione del vicinato.
Nel ’76 Carlo arrivò a Matera per svolgere il suo servizio civile alternativo; l’ingaggio di Carlo era su due fronti.
Da una parte lo start-up e l’assistenza tecnica a favore di operai edili disoccupati, da poco si erano costituiti in cooperativa (CooperSassi, ’76).
In un secondo fronte, Carlo si impegnò a seguire l’opera di recupero e riuso abitativo, determinando un “codice di buone pratiche” negli interventi messi in opera da parte dei giovani soci occupanti (Cooperativa Malve, ’77). Opera che interessò una quindicina di immoboli pubblici abbandonati, in Rione Malve.
La scelta di Matera, per Carlo non fu immediata. All’inizio mi mostrò titubanza come se avesse riserve sul tipo di impegno volontario che gli proponevo. Credo che influisse una certa diffidenza verso il mio orientamento da canesciolto, dissonante dalla sua schierata posizione ideologica.
Dopo un insistente corteggiamento, decise di venire a Matera. E fu l’incanto della città a convincerlo definitivamente.
Per ospitare Carlo avevo individuato un lamione monolocale al numero civico 71 del Rione Malve.
Immobile rialzato, raggiungibile dalla corte attraverso un’ampia e lunga scalinata.
L’interno, era servito da un accessorio, un bugigattolo di bagnetto – 3 metri quadri – con un pavimento di nuova fattura – spezzone di mattonelle in ceramica donate dalla Edil-D’Ercole -.
Carlo arredò la casa con gusto da architetto, con funzionalità e arredo minimale, facendone uno spazio accogliente.
Ricavò la zona notte con un soppalco in legno e al piano sottostante realizzò la cucina a vista con un tavolo coordinato in muratura, corredato da una panca recuperata in una chiesa.
Durante la permanenza a Matera, Carlo si impegnò in varie altre attività fuori dagli obblighi militari.
Collaborò con il laboratorio di serigrafia – la prima impresa serigrafica a Matera – , costituita in forma cooperativa da giovani locali disoccupati, fra cui ricordo Nicola Altieri e Franco Carella (Graphicoop, ‘78).
Vi collaborava anche un altro obiettore in servizio alternativo, Vito Lucente che strinse particolare e duratura amicizia con Carlo seguendolo poi a Pescara.
Si fece promotore, fondatore, animatore di Progetto Radio, voce fuori dal coro fra le radio libere del tempo, una specie di radio-rabbia-alternativa, che a Matera registrava anche buoni ascolti.
Nel 1987, dette vita ad una “comune”. Acquistò con altre due coppie una masseria abbandonata fuori città, su Via Gravina (Masseria Malvezzi) e si occupò di progettarne il recupero e dirigerne i lavori.
Ci andò ad abitare, con la sua compagna, assieme ad altre coppie che avevano condiviso quella scelta.
Quando poi le coppie scoppiarono e la comune si sciolse, Carlo tornò a Pescara (1993) e continuò il lavoro universitario, fino ad assumere la Direzione del Dipartimento di Architettura.
Di quegli anni a Matera, Carlo ha scritto nel 2020, su Pagina21, “Matera, cosa è rimasto di quegli anni Settanta ?”.
Vivido è il ricordo di Malve negli anni ’70. Un fervore sociale straordinario che coinvolgeva giovani locali, stranieri e di altre parti d’Italia, oltrre ad un nucleo di obiettori accolti, come Carlo nel Progetto Agna (che quando trasferì la sua attività sociale nei Sassi, mutò denominazione in Col-Sud).
Allora si compì una sfida che fu anche una provocazione per Matera, quando in quegli anni i Sassi venivano ancore considerati dai materani la vergogna degli anni ’50. E rimossi dalla coscienza individuale e collettiva, versavano in desolante degrado. Si compì così una sfida che fu anche una provocazione per l’opinione pubblica e i politici locali.
Giravamo con le trombe acustiche per la città invitando la popolazione ad uscire dallo struscio sul corso per scendere giù nei Sassi ove si svolgevano serate di incontro-dibattito, animazione musicale e danzante, degustazione di orecchiette vino e birra che uscivano dal vecchio forno. Ma sopratutto per visitare a Malve le case ristrutturate e abitate.
In quel vicinato i cittadini avrebbero trovato porte aperte e potevamo visitare gli interni riatrutturati.
Lo scetticismo e l’incredulità appartenente al cromosoma materano, erano sconfitte e subentrava stupore, sorpresa e meraviglia. Si scoprì, per la prima volta, che i Sassi potevano tornare a vivere e abitarsi. Certo, operavamo illegalmente, infrangendo il divieto di occupare la “proprietà indisponibile dello stato”… Abusivi sì, ma per prendersi cura di un bene pubblico ridotto come un “vuoto a perdere”… Come ebbe a scrivere l’architetto Tommaso Giuralongo, lo stato e la politica locale avrebbero avuto i mezzi per dimostrare di far meglio degli occupanti abusivi.
La Cooperativa Malve composta da giovani squattrinati, era riuscita in un’impresa ardita e dimostrativa, di valore simbolico, recuperando quattordici unità abitative, con l’opera diretta degli occupanti (autore opera) e senza un solo soldo pubblico.
Il che fu possibile con l’entusiasmo e l’energia giovanile. Un impegno collettivo e solidale, che coinvolse giovani locali e militanti obiettori, come Carlo.
In seguito la sfida fu vinta anche in Tribunale quando la CooperSassi e la Cooperativa Malve, furono chiamati dalla Direzione del Demanio a rispondere per occupazione abusiva della proprietà indisponibile dello Stato. Con una accusa aggravata dalla “associazione a delinquere” – operando in cooperativa, in numero maggiore a tre soggetti – .
E dire che a Malve erano presenti a sostegno dell’occupazione abusiva, Carlo ed altri obiettori nell’assolvimento del servizio alla Patria , e che quindi rappresentavano in qualche modo, lo Stato.
Carlo su Pagina21, ricorda:
«Quel momento coincideva con la rappresentazione delle iniziative cooperative messe a punto da Fabrizio Zampagni (un po’’ il Danilo Dolci i di Matera), passato dal Progetto Agna e da quel rione periferico , all’animazione nei Sassi. Promuovendo forme solidali come la CooperSassi, con gli operai e manovali disoccupati e come la Cooperativa Malve, con giovani che occupavano per abitarli gli immobili pubblici lasciati in abbandono (…). Tutte queste iniziative ruotavano attorno a un piccolo nucleo di obiettori in servizio civile alternativo, che Zampagni aveva raggruppato e che abitavano nelle case di Malve».
E conclude «Che cosa è rimasto di quegli anni Settanta?»
Uni interrogativo imbarazzante che resta tuttora in sospeso. Evidente è invece ciò che è successo dopo l’euforia effimera conseguente alla nomina di Matera Capitale Europea della Cultura. È arrivato il turismo di massa e la mercificazione dei Sassi. Il sito si è trasformato da luogo dei bisogni di sopravvivenza ad opportunità di profitto e speculazione turistica. Un tradimento ai valori identitari che cercavamo di riesumare e che ispiravano i il nostro impegno a Malve.
Resta di quegli anni, certamente la memoria della fede antimilitarista che ci accomunava e la speranza in un mondo migliore – così estranea all’escalation bellicista odierna.
Grazie, Carlo, per la testimonianza generosa, autentica, militante che ci lasci.
Per me, resti un riferimento necessario, testimone significativo della sfida che nella mia vita è forse la meglio riuscita.
Grazie, anche per non avermi usato compiacenza, sottraendoti con la tua ruvidità alle invadenti mie aspettative e all’ingombrante mio protagonismo.
Mi hai consentito così di conoscerti e apprezzarti per come sei. E sopratutto mi hai aiutato a cogliere me stesso con maggiore consapevolezza critica.
Ma che, a distanza del nostro incontro, osi paragonarmi a Danilo Dolci, mi sembra francamente eccessivo.
Il tuo ricordo, Carlo, conserva in me un intenso profumo. Vorrei avere braccia così lunghe da poterti abbracciare.
Grazie!

