Etica e deontologia medica, parte prima. Di seguito l’11° intervento del nuovo ciclo di appuntamenti con il dottor Nicola D’Imperio per “Medicina Live”, il nostro studio medico virtuale all’interno di SassiLive.
Questa è la premessa su una serie di futuri articoli che tratteranno dell’etica e della deontologia medica, materia oggi desueta, diventata quasi obsoleta, ma che riveste un ruolo sostanziale per il medico che cura il paziente. Purtroppo tale argomento non è più neppure materia di insegnamento nei corsi di laurea in medicina, sebbene l’etica e la deontologia medica siano alla base del rapporto tra il medico ed il paziente e, di conseguenza, tale rapporto è oggi affidato esclusivamente alla coscienza, alla sensibilità e alla intelligenza del curante. Per etica si intende una dottrina che studia il comportamento dell’uomo valutato con un criterio di distinzione tra il bene ed il male, il giusto e l’ingiusto, il buono e il cattivo, e intende indicare quale sia il vero bene e i doveri morali verso gli altri e verso se stessi. L’etica è quindi una dottrina che spazia nei vasti campi del comportamento e dell’attività dell’uomo e in queste pagine dedicate alla medicina parlerò di un’etica professionale tra le più antiche, quella che riguarda il comportamento del medico, cioè dell’uomo dedicato alla cura, nei confronti di un altro uomo che è in una condizione di bisogno, di fragilità, di malattia, a cui la cura è rivolta. La deontologia medica è invece l’insieme di norme che regolano il comportamento dei medici nel loro rapporto coi pazienti, con i colleghi, con le istituzioni, e si basa sul rapporto di fiducia, sul rispetto della dignità dell’uomo, sulla libertà del paziente, dell’uomo ammalato, e quindi in difficoltà, che va curato con impegno, scrupolo e senza discriminazioni L’etica medica la possiamo suddividere, per schematizzare, in alcuni settori che riguardano l’interazione tra l’uomo che cura, l’uomo che è curato e l’ambiente in cui vive: il primo settore riguarda il rapporto del medico col paziente, segue quello del rapporto con la diagnosi, quindi con la terapia, il rapporto con chi è vicino affettivamente al paziente, quello con gli altri medici, quello con la società, con la cultura, con la religione, con la legge e con tanti altri aspetti del vivere comune. Mi limiterò a fare l’analisi dei primi settori alla luce della letteratura ma, soprattutto, alla luce di una mia conoscenza approfondita maturata in 53 anni di una professione medica vissuta multiformemente. Ma, prima ancora di entrare nello specifico, credo che sia utile fare qualche cenno storico di quella che fu avvertita come un’esigenza da parte di un grande medico del V secolo a.C. e che va, ancora oggi, sotto il nome di “Giuramento di Ippocrate”, e quello moderno, la cui ultima versione è del 2014, si ispira ancora fortemente a quello antico. Per capire di cosa parliamo mi sembra opportuno trascrivere sia quello antico che quello moderno. L’antico “Giuramento di Ippocrate” dice quanto segue: “Giuro per Apollo medico e Asclepio e Igea e Panacea e per gli Dei tutti e per le Dee, chiamandoli a testimoni, che eseguirò, secondo le mie forze e il mio giudizio, questo giuramento e questo impegno scritto che mi impone: -Di stimare il mio Maestro in questa arte come mio padre e di soccorrerlo se ha bisogno e di considerare i suoi figli come miei fratelli e insegnerò quest’arte, se loro desidereranno apprenderla, di rendere partecipi dei precetti e degli insegnamenti orali e di ogni altra dottrina i miei figli e i figli del mio Maestro. -Di regolare la mia vita per il bene dei malati secondo le mie forze e il mio giudizio, di astenermi dal recare danno e offesa. -Di non somministrare ad alcuno, neppure se richiesto, un farmaco mortale, né suggerirò un tale consiglio; similmente a nessuna donna darò un medicinale abortivo. -Di custodire la mia vita ed arte con innocenza e purezza. -Di non operare coloro che soffrono del male della pietra, ma mi rivolgerò agli esperti in questa attività. -In qualsiasi casa io andrò vi entrerò per il sollievo dei malati e mi asterrò da ogni offesa e danno volontario, e fra l’altro da ogni azione corruttrice sul corpo delle donne e degli uomini, liberi o schiavi.08:49
-Di ciò che io possa vedere o sentire durante il mio esercizio, o anche fuori dell’esercizio, sulla vita degli uomini, tacerò ciò che non è necessario sia divulgato, ritenendo come un segreto cose simili. E a me, dunque, che adempio tale giuramento e non lo calpesto, sia concesso di godere della vita e dell’arte, onorato dagli uomini tutti per sempre; mi accada il contrario se la violo e spergiuro.” Da alcuni studiosi tale giuramento viene attribuito non ad Ippocrate ma alla Scuola dei Pitagorici del IV secolo a.C. che propugnavano la sacralità della vita e contrari alla chirurgia esercitata dal medico. Questa preclusione della chirurgia dalla medicina è durata sino a circa 200 anni fa; Il termine cerusico veniva riservato, in maniera quasi dispregiativa, a coloro che, non medici, e spesso dei normali barbieri, cercavano di curare manualmente il “mal della pietra”, che era la calcolosi renale, o estirpavano denti, o cercavano di riparare ossa, muscoli, organi interni. La medicina era ben altra cosa, essa presupponeva una conoscenza approfondita della chimica, della botanica, dell’anatomia e delle funzioni fisiologiche del corpo umano e una cultura sulla filosofia, sulla teologia, sull’arte e sullo scibile umano. Infatti fu solo al finire del 1800 che le “Facoltà di Medicina” delle università europee furono denominate “Facoltà di Medicina e Chirurgia”.

