Nicolino Valente, psicologo dell’Asp addetto alle visite psicologiche di primo ingresso, ha inviato una nota relativa ai dati sul sovraffollamento nelle carceri della Basilicata. Un intervento che svela un vero e proprio dramma umanitario e il corto circuito normativo che si sta consumando nel carcere di Melfi. Di seguito la nota integrale.
Nel dibattito pubblico sul sovraffollamento carcerario in Basilicata, i dati nazionali rischiano di distorcere la realtà vissuta all’interno dei penitenziari. È il caso delle analisi diffuse dall’Associazione Antigone. Pur avendo il merito di tenere accesi i riflettori sul dramma delle carceri, i numeri macroscopici e aggregati forniscono una fotografia incompleta della Casa Circondariale di Melfi. Per comprendere cosa stia accadendo davvero nella struttura federiciana, non ci si può limitare a calcolare le percentuali teoriche sulla carta. Bisogna guardare da vicino il drammatico effetto “imbuto” generato dal combinato disposto tra cantieri edili, rigidità della legge e gravi ripercussioni psicologiche sulla pelle dei reclusi.
Il paradosso dei lavori edilizi: meno detenuti ma più stipati
Il primo dato che trae in inganno i report statistici e i media è la recente diminuzione del numero complessivo di reclusi a Melfi. Una flessione nominale che, a uno sguardo superficiale, potrebbe far pensare a un alleggerimento della pressione detentiva. La realtà sul campo è l’esatto opposto. L’istituto lucano ha dovuto infatti chiudere temporaneamente due intere sezioni per urgenti lavori di adeguamento strutturale. Lo svuotamento di questi reparti non ha fatto evaporare il problema, lo ha semplicemente concentrato: sempre due detenuti per cella ,letteralmente stipati nelle pochissime sezioni ancora operative. Celle nate negli anni ’90 per ospitare un singolo ristretto sopportano oggi la presenza di letti a castello per fare spazio a due o più persone, riducendo lo spazio vitale calpestabile ben al di sotto dei limiti minimi della dignità umana.
L’obbligo del “carcere più vicino” e il corto circuito della sicurezza
Ma perché il flusso non si blocca nonostante i cantieri aperti? La risposta sta nell’articolo 14 dell’Ordinamento Penitenziario, che impone il principio della territorialità della detenzione. Quando le forze dell’ordine eseguono un arresto nella zona, la legge impone di associare il fermato all’istituto più vicino per ragioni logistiche ed economiche legate ai processi. Le porte di Melfi non possono chiudersi di fronte ai nuovi ingressi quotidiani disposti dalla magistratura, a prescindere dalla capienza effettiva del momento.
Il vero nodo normativo che fa saltare il sistema è la violazione del comma 2 dello stesso articolo 14, il quale stabilisce che gli istituti debbano differenziarsi in base alla pericolosità dei detenuti, vietando la promiscuità. Melfi è storicamente un carcere destinato all’Alta Sicurezza (AS). Eppure, proprio per la carenza di altre strutture idonee sul territorio regionale, si trova costretto ad accogliere continuamente anche detenuti di Media Sicurezza (i detenuti comuni), creando enormi difficoltà gestionali.
La denuncia dello psicologo Valente: l’isolamento punitivo usato come “parcheggio”
A lanciare l’allarme sugli effetti più devastanti di questo meccanismo è lo psicologo Dott. Nicolino Valente, professionista dalla solida esperienza istituzionale — transitato nei ruoli dell’Azienda Sanitaria (ASP Basilicata) direttamente dal Ministero della Giustizia — che ricopre il delicatissimo incarico della salute mentale e della presa in carico dei detenuti tossicodipendenti all’interno del penitenziario.
Il Dottor Valente lamenta l’estrema gravità di una modalità operativa ormai cronicizzata. Tocca infatti a lui l’onere di effettuare la delicatissima “visita di primo ingresso”, il protocollo obbligatorio finalizzato a valutare il rischio suicidario e autolesionistico di chi varca la soglia del carcere. In questo contesto, il professionista si trova nell’oggettiva impossibilità e difficoltà di adempiere pienamente al proprio mandato clinico e istituzionale.
Laddove in un normale istituto di Media Sicurezza il detenuto comune beneficia del regime di “custodia aperta” – con le celle aperte per tutta la giornata, ore di socialità e libertà di movimento fondamentali per attenuare lo shock dell’arresto –, a Melfi la realtà si capovolge. La persona che fa il suo ingresso in carcere per la prima volta si trova costretta a vivere in una cella di isolamento. Parliamo di ambienti nati storicamente per la solitudine punitiva, ossia per scontare le sanzioni disciplinari aggiuntive alla carcerazione ordinaria. Per pura carenza di spazi fisici, queste celle di punizione diventano la prima sistemazione dei nuovi arrivati. La legge imporrebbe il loro trasferimento immediato in strutture idonee, ma i tempi della burocrazia ministeriale sono biblici: passano giorni, a volte settimane, se non di più, in cui un cittadino al primo arresto resta confinato da solo in quattro mura spoglie, affrontando un impatto psicologico violentissimo e pericoloso, amplificato nei soggetti che già soffrono di crisi d’astinenza. Uno scenario che vanifica gli sforzi di prevenzione clinica dello psicologo e innalza a livelli critici il rischio di gesti estremi.
La vera “Sentenza”: lo sconto dei 3 giorni al mese
Che la situazione a Melfi sia drammaticamente distante dalle rassicuranti letture statistiche lo certifica lo Stato stesso tramite i suoi magistrati. È ormai un fatto acclarato che moltissimi detenuti all’interno della struttura melfitana ottengano regolarmente i benefici risarcitori previsti dall’articolo 35-ter dell’Ordinamento Penitenziario.
Si tratta della famosa agevolazione che concede un giorno di sconto di pena ogni dieci trascorsi in cella (esattamente tre giorni al mese) a chi è costretto a vivere in meno di 3 metri quadrati calpestabili. Se i report delle associazioni letti al Tg3 si basano su stime numeriche astratte, i decreti del Tribunale di Sorveglianza sono atti giuridici che accertano l’illegalità strutturale della detenzione a Melfi. Un paradosso tutto italiano, dove lo Stato è costretto a “regalare” giorni di libertà per risarcire i detenuti dalle condizioni inumane in cui esso stesso li costringe a vivere, mentre i riflettori della cronaca si fermano ai numeri di superficie.

