Presidio davanti alla stabilimento Italtractor, Comitati per la Pace e le Reti per la Palestina di Basilicata replicano a intervento Fim, Fiom e Uilm di Potenza. Di seguito la nota integrale.
Come non condividere il titolo del comunicato stampa inviato da Fim, Fiom e Uilm di Potenza titolato “Difendere il lavoro, costruire pace, rifiutare le strumentalizzazioni”?
Basta capirsi su chi strumentalizza chi e cosa. Il 17 settembre si è tenuta la conferenza stampa de i Comitati per la Pace e le Reti per la Palestina di Basilicata, durante la quale sono stati consegnati il volantino ed un documento che riassumono i motivi del presidio agli ingressi della Italtractor ITM di Potenza.
Chi avesse la volontà e l’onestà di leggere i documenti pubblicati senza lenti di prevenzione nei nostri confronti, si accorgerebbe che non ci rivolgiamo con perentorietà all’azienda, ma ai lavoratori, titolando: “Ai Lavoratori Italtractor ITM di Potenza”.
Le informazioni disponibili in rete ci dicono che Italtractor ITM, azienda del gruppo statunitense Titan International Inc., è inserita in una filiera i cui prodotti (cingoli, rulli, componenti per il sottocarro e soluzioni personalizzate per le macchine cingolate) sono utilizzati dai bulldozer (in particolare della Caterpillar).
Dobbiamo far finta di niente?
Italtractor è coinvolta, tramite Iveco Defence Vehicles (IDV), nella joint venture Leonardo-Rheinmetall per la produzione di veicoli cingolati per l’esercito italiano, partecipando così al riarmo nazionale ed europeo.
Tutto falso? Denunziamo allora chi scrive queste cose e pubblica informazioni al riguardo.
Mai abbiamo accusato lo stabilimento di Potenza di essere parte della filiera bellica. Vogliamo chiedere piuttosto agli operai di Potenza e per il loro tramite agli operai delle altre sedi del gruppo di adoperarsi per scongiurare ogni possibile correlazione con la filiera bellica, soprattutto alla luce di modalità e dinamiche di integrazione dei prodotti cosiddetti “dual use”. A questa tipologia di merce molta attenzione viene dedicata nel recente Rapporto della Relatrice Speciale sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967, Francesca Albanese. Il rapporto ONU indaga i meccanismi aziendali che sostengono il progetto coloniale israeliano di sfollamento e sostituzione dei palestinesi nei territori occupati, titolato “Dall’economia dell’ Occupazione all’ Economia Del Genocidio”.
Vogliamo contribuire a fare chiarezza. Fare chiarezza per noi vuol dire dare impulso al protagonismo di chi lavora, ancor più in quanto cittadina/o di una Regione come la Basilicata; regione che il presidente Bardi, ad insaputa del lucani, vuole offrire al ministro Crosetto e a Leonardo SpA come “territorio ideale” dove attrarre nuovi investimenti internazionali nei settori strategici della Difesa e dell’Aerospazio; dove lavoratori e cittadini dovrebbero essere grati di questo e concordare con Bardi che si tratterebbe di una “grande opportunità per la crescita professionale dei nostri giovani e per il rafforzamento dell’intero tessuto produttivo lucano”.
Sarebbero questi prospettati da Bardi i necessari investimenti produttivi? Chi si prenderà l’onere di chiedere il parere ad operai e cittadini?
Si tratta di una possibilità, certo, in una terra già devastata dalla chimica, da discariche illecite, da decenni di danni provocati dallo strapotere dell’industria estrattiva, ma non di una possibilità socialmente utile e rispettosa dell’ambiente e della vita, che trasformerebbe un intero territorio in polo produttivo di morte.
Non a caso il volantino indirizzato ai lavoratori Italtractor chiude esortando: Contro un’economia di guerra permanente che spinge verso la prospettiva di un conflitto nucleare, i lavoratori sono chiamati a schierarsi dalla parte della pace e della vita, rifiutando di trasformare la Basilicata in un “polo produttivo di morte”.
Bisogna essere davvero in malafede per arrivare a stravolgere un appello siffatto ai lavoratori, che sappiamo capaci di autonomia di pensiero e di giudizio.
Veniamo accusati addirittura di voler “aggravare la sofferenza di chi, già oggi, lotta per portare a casa uno stipendio”.
Irricevibile e vergognosa inoltre l’accusa firmata congiuntamente dai responsabili provinciali di ben tre organizzazioni sindacali di categoria di “Strumentalizzazione”!
Come vi salta in mente pensare che può essere nostro interesse “usare quel dolore per colpire lavoratori innocenti, trasformando i cancelli di una fabbrica civile in un bersaglio, come se la sofferenza potesse essere lenita colpendo chi non ha colpe”?.
Siamo arrivati al “chi vi paga”?
Vogliamo parlare coi lavoratori in quanto persone portatrici di ricchezza etica e morale e di bisogni, che non necessitano di formulazioni pietistiche che svuotano di senso la differenza profonda di ruoli tra responsabilità aziendali votate alla ricerca di profitto e subordinazione capitalistica di chi è sfruttato.
Senza questa fondamentale distinzione il rischio vero è la paralisi neo corporativa. Voi dite: “Chi vuole davvero la pace non colpisce i lavoratori, ma lavora per unire, per costruire, per difendere insieme il futuro di una comunità. La pace vera passa dal rispetto del lavoro, dalla dignità delle persone e da scelte responsabili”.
Tutto vero, ma perché gli irresponsabili dovremmo essere noi che vogliamo contribuire a restituire agli operai una funzione di inchiesta e di controllo, prospettando una motivata opposizione al bellicismo bardiano e non le dinamiche finanziarie e di mercato pilotate dalla statunitense Titan International Inc?

