Delegazione medici e dipendenti di Polimedica: “Giallo liste d’attesa e risorse pubbliche: scade il termine per fare luce. Senza trasparenza, il diritto alla cura diventa una promessa vuota”. Di seguito la nota integrale.
Oggi non giunge a scadenza un semplice “capriccio” di chi pretende chiarezza. Oggi scade un termine di legge: quello entro cui la Pubblica amministrazione è chiamata a rispondere a una richiesta di accesso agli atti. E quando questa richiesta tocca le liste d’attesa, i criteri di assegnazione e l’utilizzo delle risorse sanitarie, non si tratta di mera curiosità, ma di una questione che incide nel cuore vivo del diritto costituzionale alla salute.
Perché l’accesso agli atti non è un favore. È un pilastro dello Stato di diritto, è il baluardo che consente controllo diffuso, partecipazione reale, tutela effettiva delle posizioni giuridiche, impedendo che l’amministrazione si trasformi in una cittadella inespugnabile per pochi privilegiati. In Italia, i tempi previsti per la trasparenza pubblica non sono interpretazioni, ma obblighi precisi: la normativa sull’accesso documentale impone una conclusione certa del procedimento, e il decorso ingiustificato di questi termini non solo tradisce la legge, ma mina la fiducia nella cosa pubblica. Per l’accesso civico – anche generalizzato – il limite è di 30 giorni. Sforare è tradire un diritto, non un semplice disguido amministrativo.
Chi confonde l’accesso con un “fastidio” dimentica che la trasparenza non è gentilezza civica: è un pezzo essenziale dei diritti. La legge anticorruzione lo dice in modo netto: la trasparenza dell’attività amministrativa costituisce un livello essenziale delle prestazioni concernenti diritti sociali e civili. In altre parole: non è una gentile concessione, ma un obbligo granitico. E il decreto trasparenza è ancora più esplicito: la trasparenza serve a favorire il controllo diffuso sull’uso delle risorse pubbliche e per promuovere la partecipazione al dibattito pubblico. Dove manca trasparenza, si insinua la sfiducia e cresce il sospetto.
Ora: se tutto questo è vero in generale, lo è ancora di più quando parliamo di sanità. La Costituzione tutela la salute come diritto fondamentale e interesse collettivo. Non è un principio astratto: significa che la gestione delle risorse sanitarie deve essere conoscibile, verificabile, discutibile pubblicamente. Perché ogni scelta opaca – ogni “criterio nascosto”, ogni “dato celato”, ogni risposta che tarda a giungere – si traduce in effetti devastanti: tempi di attesa che si dilatano, malattie che avanzano silenziose, pazienti che rinunciano per rassegnazione, famiglie che si impoveriscono o che sono costrette a migrare.
Ecco perché la mancata trasparenza, in questa materia, non è un inciampo procedurale. È un brutto segnale. È indizio di un’amministrazione che si sottrae al controllo. Quando non è possibile capire con precisione come vengono gestite e distribuite le risorse destinate alle prestazioni sanitarie, il rischio non è solo quello di alimentare sfiducia: il rischio è aprire uno spazio enorme a scelte discrezionali, a diseguaglianze di trattamento, a decisioni non spiegabili. In altre parole: si indeboliscono le garanzie di buon andamento e imparzialità dell’amministrazione, che la Costituzione impone come architravi dei pubblici uffici.
C’è poi un punto spesso taciuto: senza dati e atti accessibili non si può nemmeno valutare l’efficacia delle politiche pubbliche. La trasparenza non serve solo a “smascherare scandali” serve a misurare, correggere, migliorare: serve a capire se una misura funziona, se le priorità sono coerenti, se i correttivi sono tempestivi. È esattamente il motivo per cui la normativa sulla trasparenza parla di controllo diffuso e partecipazione: perché la democrazia, senza informazioni verificabili, si riduce al basso livello della demagogia.
Ecco perché oggi non è un giorno come gli altri. E il 16 dicembre 2025 lo sarà ancor meno: alle ore 10, il Consiglio regionale della Basilicata si riunirà in seduta ordinaria. È l’occasione, forse irripetibile, di trasformare un tema spesso confinato ai tecnicismi in una scelta politica limpida: stare dalla parte della trasparenza, oppure lasciar marcire il diritto nel limbo dei rinvii e dei silenzi. È qui che si misura la statura istituzionale di ciascun consigliere, di maggioranza e opposizione.
Per questo l’appello è diretto e pubblico, rivolto a ogni consigliere regionale, di maggioranza e opposizione: fatevi promotori di iniziative consiliari immediate a garanzia del diritto di accesso, di informazione e di partecipazione della collettività alla gestione della cosa pubblica, soprattutto quando in gioco c’è il diritto alla cura.
Che cosa significa “iniziative immediate”, in concreto?
Un atto di sindacato ispettivo (interrogazione urgente) per chiedere formalmente a Regione e Aziende sanitarie tempi, modalità e ragioni di eventuali dinieghi o ritardi nelle risposte alle istanze di accesso in materia di liste d’attesa e utilizzo delle risorse.
Una mozione/ordine del giorno che impegni la Giunta e le Aziende sanitarie a pubblicare in modo strutturato (non a spot) dati e atti essenziali: criteri, riparti, volumi, indicatori, e ciò che serve a capire “chi, come, perché” – ovviamente nel rispetto della privacy, ma senza usare la privacy come alibi per nascondere tutto.
Una richiesta di relazione periodica in Consiglio (trimestrale) su liste d’attesa e uso delle risorse: perché la sanità non si governa a comunicati, si governa con responsabilità verificabile.
Un impegno formale al rispetto dei termini: perché la trasparenza, se arriva quando ormai non serve più, non è trasparenza. È solo carta scaduta.
Non è una battaglia “contro qualcuno”. È una battaglia per un principio che dovrebbe unire tutti: quando si parla di sanità, il cittadino non può essere trattato da spettatore. Deve poter capire e verificare. E la politica non può accontentarsi di “fidarsi” dell’alto burocrate: deve pretendere atti, dati, risposte nei termini.
Il 16 dicembre, se il termine scade senza riscontro, non scade solo un procedimento. Scade un pezzo di fiducia pubblica. E nella seduta, in Consiglio, si decide se quella fiducia la si vuole ricostruire con un gesto semplice ma decisivo: aprire i cassetti, rendere conoscibili le scelte, riportare la sanità sotto lo sguardo della comunità.

