Fail-Cisal Basilicata in una nota denuncia le criticità che si registrano nella filiale di Poste Italiane di Matera dopo la soppressione della figura della responsabile delle Risorse Umane. Di seguito la nota integrale.
Poste Italiane vola sempre più in alto. Sponsorizzazioni prestigiose, campagne pubblicitarie, grandi eventi sportivi. Ultima vetrina: le Olimpiadi e Paralimpiadi di Milano-Cortina, accompagnate dal racconto di un’azienda inclusiva, solidale e attenta ai più fragili.
Un’immagine perfetta. Peccato che, scendendo dalle vetrine della comunicazione alla realtà quotidiana dei lavoratori, molti vedano qualcosa di diverso: una maschera. La maschera dell’ipocrisia.
Da anni il racconto pubblico dell’azienda sembra allontanarsi sempre più dalla realtà di chi lavora negli uffici postali e nei centri di recapito. I servizi si contraggono, le strutture territoriali si svuotano e le decisioni vengono progressivamente accentrate.
Un caso emblematico riguarda la Filiale di Matera: la soppressione della figura della responsabile delle Risorse Umane, accorpata a Potenza, sembra il preludio a un progressivo smantellamento della struttura territoriale materana.
Uno schema purtroppo già visto in Basilicata. Prima Telecom, poi Enel, poi Italgas, infine la Banca d’Italia: presidi e centri decisionali che negli anni sono stati progressivamente accentrati altrove, lasciando Matera sempre più priva di funzioni strategiche.
Quando un territorio perde funzioni decisionali, perde anche futuro. E il copione sembra ripetersi.
La domanda, a questo punto, diventa inevitabile: quale destino attende lo storico palazzo delle Poste nel centro di Matera? Diventerà un albergo? Un grattacielo? Oppure resterà come simbolo silenzioso di un servizio pubblico che lentamente arretra?
La distanza tra immagine e realtà emerge ancora di più quando si parla di disabilità e diritti delle famiglie. Poste Italiane sostiene lo sport paralimpico e riempie le proprie campagne di comunicazione di parole come inclusione e solidarietà. Tuttavia nella realtà aziendale non mancano lavoratori che denunciano la difficoltà – quando non il rifiuto – di ottenere trasferimenti vicino alla propria abitazione pur dovendo assistere figli o coniugi affetti da gravi patologie invalidanti.
In alcune vicende sono intervenute perfino istituzioni pubbliche come il Garante regionale per la disabilità, senza che ciò producesse, almeno finora, risultati concreti.
E poi c’è il capitolo degli esuberi. Da anni si firmano accordi a livello centrale con le sigle sindacali di categoria, spesso presentati come necessari per accompagnare grandi progetti di cambiamento. Si parla di riorganizzazione, di nuove opportunità professionali, di ricollocazioni interne.
Ma nella realtà molti di quegli esuberi restano semplicemente sulla carta. A numerosi lavoratori vengono prospettate possibilità di cambiamento che poi non si concretizzano, lasciandoli per anni in una sorta di limbo organizzativo.
Una condizione che finisce per diventare un’offesa alla dignità delle persone. Dietro quei numeri ci sono lavoratori veri, padri e madri di famiglia che da anni garantiscono il funzionamento del servizio postale e che oggi chiedono soltanto rispetto.
Gli spot raccontano un’azienda inclusiva e moderna. Ma i lavoratori non vivono negli spot. Vivono nella realtà.
E quando la realtà smentisce la propaganda, la Verità, prima o poi, bussa alla porta.

