Non si tratta di allarmismi, né – come qualcuno tenta ancora di insinuare sotto traccia – di una strategia narrativa costruita ad arte per forzare le istituzioni. La crisi di Polimedica è un fatto reale, ufficiale, documentato e già approdato a scelte altrettanto ufficiali e drammatiche. Il Consiglio di Amministrazione ha adottato decisioni con verbali formali che attestano, senza margini di interpretazione, l’insostenibilità della situazione economico-finanziaria. Sono state intraprese le azioni legali, già trasmesse le comunicazioni di licenziamento al personale, con il periodo di preavviso che scade il 28 febbraio. Una volta superato quel termine, si entrerà in un punto di non ritorno.
Nel frattempo, è stata attivata e resta aperta la procedura di raffreddamento presso la Prefettura di Potenza. Non siamo di fronte a dichiarazioni o annunci, ma a fatti ed atti concreti, come concreti sono i riflessi occupazionali, sanitari e sociali che la crisi sta già determinando sul territorio. Verificare e chiedere trasparenza per credere.
Tutto questo non può essere ignorato dalle istituzioni. E infatti non lo è. Il Sindaco di Melfi, con senso di responsabilità istituzionale, ha chiesto pubblicamente un confronto trasparente alle autorità regionali e sanitarie, auspicando la convocazione di un tavolo capace di ricercare e attuare soluzioni. È un gesto che abbiamo apprezzato, perché conferma quanto la vicenda Polimedica non sia una battaglia di parte, ma un caso emblematico di crisi d’impresa generata da scelte pubbliche che – invece di rafforzare l’offerta sanitaria – hanno finito per indebolirla, penalizzando le strutture più attive e produttive.
Polimedica non è in crisi perché mal gestita. Non è in crisi per mancanza di pazienti, né per carenze qualitative o tecnologiche. È in crisi per effetto diretto delle nuove regole di riparto regionale che, anziché basarsi sui bisogni sanitari reali e sulla capacità erogativa, hanno adottato il criterio della “spesa storica”, risalente al 2014. Una scelta assurda, anacronistica e profondamente penalizzante, già oggetto di una formale segnalazione all’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato e di un’interrogazione parlamentare a livello nazionale.
Nel frattempo, la vera emergenza – quella che riguarda i cittadini – non è più una minaccia: è realtà. Le prestazioni essenziali, i cosiddetti Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), stanno diventando sempre più impossibili da ottenere. Visite specialistiche, diagnostica strumentale, esami salvavita: tutto rallenta, tutto si dilata. Le liste di attesa sono diventate liste di ritardo nelle cure. E un ritardo nelle cure, in sanità, spesso significa peggioramento o rischio.
La popolazione del Vulture Alto Bradano – un’area interna già fragile sotto il profilo demografico e infrastrutturale – non può permettersi di perdere un presidio come Polimedica, che ogni anno garantisce migliaia di prestazioni anche per conto del SSN. La frustrazione cresce. Si vuole forse punire qualcuno? Se così fosse, si dica pubblicamente perché, senza punire pazienti e lavoratori. Crescono le proteste. Cresce il rischio per la tenuta sociale e per la sicurezza degli operatori sanitari. È una situazione che va governata con lucidità, ma anche con urgenza.
Per questo, nel corso dell’ultimo incontro con il Sindaco, i medici e i lavoratori di Polimedica – con spirito costruttivo e istituzionalmente rispettoso – hanno avanzato due richieste semplici, ma decisive:
1. Mantenere un contatto quotidiano, costante, per monitorare ogni sviluppo e condividere ogni passo avanti;
2. Chiedere con fermezza l’apertura immediata di un tavolo di dialogo con il nuovo Direttore Generale dell’ASP, anche in via preliminare, senza attendere ulteriori convocazioni ufficiali da parte della Regione.
Non si chiede l’impossibile. Si chiede un incontro. Si chiede l’apertura di un canale di dialogo. Si chiede la visita del Direttore ASP sul territorio. Si chiede – in una parola – di rompere il silenzio e ricominciare a parlare, per costruire.
Perché il tempo non è neutrale. Ogni giorno perso è un giorno in meno per la salute, per il lavoro, per la dignità. E nell’attesa che le soluzioni si compongano, non possiamo permetterci di restare immobili.
Come ha scritto qualcuno, “il mondo diventa crudele non solo per colpa dei malvagi, ma anche per l’indifferenza di chi guarda senza far niente.” E noi – cittadini, lavoratori, pazienti, amministratori – non vogliamo restare a guardare.
Chi rappresenta le istituzioni ha oggi l’occasione – e la responsabilità – di non voltarsi dall’altra parte. E di dimostrare, con i fatti, che la sanità è ancora un diritto. Non una scommessa.

