A dieci anni dalla canonizzazione celebrata da Papa Francesco, torna alla luce la storia dell’opera che custodisce la reliquia della Santa: fu progettata e realizzata da Francesco Lorusso, giovane architetto lucano formatosi a Firenze.
C’è un piccolo paese della Basilicata che, quasi in silenzio, è entrato nel cuore della cristianità. E lo ha fatto attraverso il lavoro di un giovane architetto. Si chiama Francesco Lorusso, è originario di Palazzo San Gervasio, si è formato presso la Facoltà di Architettura di Firenze e porta la firma di un’opera oggi custodita in uno dei luoghi più visitati e significativi della Chiesa cattolica: la Basilica Papale di San Pietro in Vaticano. È il reliquiario ufficiale destinato a custodire la reliquia di Santa Teresa di Calcutta, la piccola suora albanese diventata simbolo universale della carità verso gli ultimi. Una storia che acquista oggi un significato particolare. Il 4 settembre 2026 ricorre infatti il decimo anniversario della canonizzazione di Madre Teresa, proclamata santa da Papa Francesco il 4 settembre 2016, in una gremita Piazza San Pietro, durante il Giubileo straordinario della Misericordia. E proprio in quella celebrazione solenne, davanti a migliaia di fedeli provenienti da ogni parte del mondo, il reliquiario fu esposto come uno dei segni della canonizzazione. A dieci anni da quella giornata storica, quella presenza assume anche un valore tutto lucano. Perché dietro quella forma, dietro quei materiali e dietro quel complesso intreccio di simboli c’è l’idea, la progettazione e la realizzazione di un giovane architetto nato a Palazzo San Gervasio.
Non è un semplice contenitore prezioso: una croce, un cuore, una goccia: il Vangelo diventa forma. Il reliquiario nasce infatti come una vera e propria narrazione visiva della spiritualità di Madre Teresa. La sua forma principale è quella della croce, perché dalla Croce proviene quel grido – «Ho sete» – che, secondo la spiritualità della Santa, avrebbe attraversato e orientato tutta la sua vita. La croce diventa così il punto di partenza e, insieme, il centro dell’intero progetto. Il riferimento è a Cristo e ai poveri. È il legame che Madre Teresa non smise mai di indicare: riconoscere Gesù nel volto degli ultimi, nei malati, negli abbandonati, nei lebbrosi, nei rifugiati, nei carcerati, negli anziani soli, nelle persone escluse e dimenticate. La relazione progettuale lega esplicitamente questa dimensione alle parole del Vangelo di Matteo: «Lo avete fatto a me». Due frasi, dunque, sembrano attraversare l’intera opera: “Ho sete”. “Lo avete fatto a me”. Il documento progettuale le sintetizza con una formula di straordinaria efficacia: il mezzo e il fine.
Uno degli aspetti più originali del reliquiario riguarda la scelta dei materiali. Il retro della croce è realizzato in un unico pezzo di cedro del Libano, scelto per il suo valore simbolico e per il richiamo biblico alla nobiltà, alla magnificenza e alla figura del Messia. Ma è soprattutto la parte anteriore a trasformare il materiale in memoria. È composta da diversi pezzi di legno provenienti da persone e luoghi segnati dalla sofferenza. La materia diventa così una rappresentazione concreta di quell’umanità ferita nella quale Madre Teresa riconosceva il Cristo sulla Croce. Tra i materiali utilizzati compare anche un pezzo di legno proveniente dall’inginocchiatoio di un confessionale, scelto come simbolo del perdono sacramentale. È un particolare che restituisce all’intera opera una dimensione quasi narrativa: il reliquiario non mostra soltanto, ma racconta. Racconta il dolore, il
perdono, la misericordia. E soprattutto racconta una donna che fece della sofferenza altrui il luogo concreto del proprio incontro con Cristo.
Attorno alla croce corre una sottile lastrina d’oro per unire i due amori di Madre Teresa. Anche l’oro ha una funzione precisa: richiamare la regalità di Cristo e, nello stesso tempo, mettere in evidenza quelli che la relazione definisce i due grandi amori di Madre Teresa: GESÙ e i POVERI. È forse questa la chiave più importante per leggere l’intero progetto. Madre Teresa non separava la contemplazione dall’azione, la preghiera dal servizio, l’amore per Cristo dall’amore per l’uomo. Per lei il povero non era semplicemente qualcuno da aiutare. Era qualcuno nel quale riconoscere Cristo.
Al centro della croce trova posto la teca quella goccia d’acqua che custodisce la reliquia. La sua forma è quella di una goccia d’acqua. Una scelta semplice, ma potentemente simbolica. La goccia richiama la sete, l’acqua viva del Vangelo e quella sete di Cristo che Madre Teresa sentì come una chiamata personale. La relazione progettuale collega questo elemento al dialogo di Gesù con la Samaritana: «Dammi da bere!» e alla promessa dell’acqua viva. La reliquia, dunque, è custodita dentro una goccia. Come se l’opera suggerisse che tutta la missione di Madre Teresa possa essere letta come una risposta a una sete: la sete di Cristo e la sete dell’uomo.
Poi c’è il cuore. La croce è racchiusa in una forma composta da due parti, ispirata ai colori e alla figura di Madre Teresa. La parte blu richiama le tre strisce del suo sari e la sua caratteristica postura curva: curva nella preghiera, curva nel servizio, curva davanti ai poveri. La parte bianca richiama invece il suo abito. Ed è proprio su questa parte che compaiono, nella calligrafia originale della Madre, le parole: I THIRST “Ho sete”. Le parole sono in oro perché rappresentano, la Parola di Dio e quella esperienza interiore che avrebbe segnato la vocazione di Madre Teresa. Il progetto richiama il 10 settembre 1946, giorno legato a quella che Madre Teresa avrebbe definito la “chiamata nella chiamata”, esperienza dalla quale scaturì con particolare forza la missione verso i più poveri. Da quel momento, la sua esistenza sarebbe stata una risposta. Non una risposta fatta soltanto di parole, ma di mani, preghiera, servizio, sacrificio e presenza.
Blu e bianco non sono soltanto i colori del sari. Nella concezione del reliquiario richiamano anche Maria, alla quale Madre Teresa era profondamente devota e che considerava la prima Missionaria della Carità. Anche questa scelta cromatica diventa quindi parte della narrazione. Il reliquiario non mette insieme elementi casuali. Ogni particolare cerca di rimandare a un aspetto della vita spirituale della Santa. Il progetto diventa così una sorta di catechesi attraverso la materia.
Persino ciò che sostiene la croce parla dei poveri. La base è realizzata in ferro volutamente sporco, rovinato e poco lavorato. Non è una materia nobile. Ed è proprio questo il punto. Quel ferro vuole rappresentare il modo in cui la società ha spesso guardato alle persone povere: qualcosa di marginale, deteriorato, da tenere ai margini. Madre Teresa compie l’operazione opposta. Quello che il mondo tende a scartare diventa per lei prezioso. Quello che il mondo non vuole vedere diventa il luogo nel quale incontrare Cristo.
È qui che la storia del reliquiario incontra la storia di Palazzo San Gervasio. Perché dietro un’opera esposta in Piazza San Pietro nel giorno della canonizzazione di una delle figure religiose più conosciute al mondo c’è anche la formazione e il lavoro di un giovane architetto lucano. Francesco Lorusso, partito dalla Basilicata e formatosi a Firenze, ha avuto l’opportunità di tradurre in architettura e materia un messaggio spirituale tra i più universali del nostro tempo. Un’opera
concepita per una Santa che appartiene al mondo, ma che conserva anche una piccola, significativa impronta lucana. È questo forse l’aspetto più curioso e, allo stesso tempo, più bello della vicenda. In una città come Roma, dove ogni pietra racconta secoli di storia, e nel cuore della Basilica di San Pietro, dove arrivano pellegrini da ogni continente, c’è anche un frammento di Basilicata. Non una targa. Non un monumento. Ma un’opera nata dall’intuizione e dalla sensibilità di un giovane architetto di Palazzo San Gervasio.
Dieci anni dopo, la lezione di Madre Teresa non è finita; il 4 settembre 2016 Papa Francesco elevava Teresa di Calcutta agli onori degli altari nel cuore del Giubileo della Misericordia. Dieci anni dopo, il suo messaggio conserva intatta la propria forza. E forse anche il reliquiario che ne custodisce la memoria continua a parlare. Parla attraverso il legno, attraverso il ferro, attraverso l’oro, attraverso il blu e il bianco, attraverso quella piccola goccia che racchiude la reliquia e soprattutto attraverso due frasi. Una pronunciata da Cristo sulla Croce: “HO SETE”. L’altra consegnata dal Vangelo come criterio dell’amore: “Lo avete fatto a me”. Tra queste due frasi si può leggere tutta la vita di Madre Teresa. E, in qualche modo, anche il significato del reliquiario. Una croce che diventa cuore. Un cuore che diventa servizio. Una goccia che diventa risposta.
E una reliquia che, nel silenzio della Basilica di San Pietro, continua a ricordare al mondo che la santità non consiste soltanto nel parlare di Dio, ma nel riconoscerlo là dove il mondo spesso smette di guardare. A dieci anni da quella storica canonizzazione, questa storia restituisce così alla Basilicata una piccola ma preziosa pagina di memoria: quella di un giovane di Palazzo San Gervasio che, attraverso la propria arte e la propria progettazione, ha contribuito a dare forma alla memoria di una donna diventata Santa per milioni di persone.
Da Palazzo San Gervasio a San Pietro, una distanza geografica enorme ma, attraverso una croce, un cuore e una goccia d’acqua, sorprendentemente vicina.




