Riforma dell’ordinamento giudiziario e diritto alla conoscenza, Bolognetti (Radicali Lucani): sete di verità. Di seguito la nota inviata da Maurizio Bolognetti, segretario di Radicali Lucani, già membro del Consiglio nazionale dei “Club Pannella” e iscritto all’Odg e alla Fnsi (in sciopero della sete dalle ore 23.59 del 4 dicembre dopo 30 giorni di sciopero della fame e digiuno).
Non mi stancherò mai di ripeterlo: Satyagraha sta a significare “fermezza per la verità”, “insistenza per la verità”.
La mia è fame e sete di verità e democrazia, di giustizia e libertà. Ed è dialogo, tentativo di trasferire ai miei interlocutori la forza e la consapevolezza necessaria per fare quel che sarebbero tenuti a fare.
Non c’è ricatto nella mia azione, perché sto difendendo un diritto umano che da sostanza, forza e contenuto ad ogni autentica democrazia: il diritto umano alla conoscenza.
Sto semplicemente – con le mani nude di potere e di bottini – provando a con-vincere i miei interlocutori ad interrompere un reiterato attentato contro i diritti civili e politici del cittadino, dei cittadini.
Con-vincere e cioè “vincere” assieme. Voglio sottolinearlo una volta di più: le mie non sono critiche ad personam, ma critiche rivolte agli atti e alle omissioni.
Nel luglio del 2015, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, in un messaggio inviato agli organizzatori di un convegno intitolato “Universalità dei Diritti Umani per la transizione verso lo Stato di Diritto e l’affermazione del Diritto alla Conoscenza”, tra l’altro scriveva: “C’è un lavoro di conoscenza che non va mai interrotto e che è intimamente connesso con l’azione politica. La conoscenza – e il diritto alla conoscenza – è un tema emergente della nostra epoca, che merita attenzione a livello dello stesso sistema delle Nazioni Unite”.
Otto anni dopo, nel giugno del 2023, lo stesso Mattarella, in un messaggio inviato all’USPI (Unione stampa periodica italiana) in occasione del 70° anniversario di fondazione dell’Associazione, scriveva: “Il pluralismo che alimenta la vita democratica e le libertà degli italiani, garantito dalla Carta Costituzionale, è arricchito dalla presenza di un numero significativo di voci indipendenti che offrono ai cittadini la possibilità di soddisfare il diritto fondamentale di essere informati. Ed è certamente compito della Repubblica sostenere le iniziative editoriali che si caratterizzano in questo senso […] La autenticità dell’informazione è affidata, dalle leggi, alla professionalità e deontologia di ciascun giornalista. Sarebbe fuorviante e contraddittorio con le stesse disposizioni costituzionali immaginare che organismi terzi possano ricevere incarico di certificatori della liceità dei flussi informativi”.
Perché ho voluto citare il nostro Presidente? Perché a me pare che con i sopra citati messaggi Mattarella abbia sottolineato che l’informazione non è una merce come tutte le altre, che in una democrazia è di fondamentale importanza l’einaudiano “conoscere per deliberare” e ultimo, ma non ultimo, il tema dello strapotere dei nuovi padroni del vapore del capitalismo digitale, questione sulla quale da ben più di un lustro vado esprimendo le mie preoccupazioni e inquietudini, provando a formulare delle proposte.
La domanda che va posta e che sto provando a porre è la seguente: quando quello che dovrebbe essere un servizio pubblico di informazione pratica censure e manipolazioni, di quale informazione parliamo? A mio avviso di una informazione che veste in maniera sinistra i panni dell’orwelliano Ministero della Verità o, se volete, dell'”Ordigno vociferante” evocato da Ernesto Rossi in “Verso il regime”.
C’è violenza e inganno quando tesi, idee, opinioni, fatti, forze politiche, politici, proposte, ragioni, contenuti vengono cancellati con un tratto di penna perché ritenuti scomodi o eterodossi. Ovviamente occorrerebbe poi chiedere quale sia l’ortodossia, ma ci inoltreremmo lungo un sentiero che richiederebbe un tempo che non ho a disposizione.
Alle 23.59 del 4 novembre, come ad alcuni è noto grazie a chi ha ritenuto di non praticare censure, sono tornato a nutrire il mio Satyagraha attraverso lo sciopero della fame (22 giorni), il digiuno (8 giorni) e adesso (a partire dalle 23.59 del 4 dicembre) attraverso lo sciopero della sete che prevede, ovviamente, l’astensione dal cibo e dall’acqua.
Nel rivolgermi ai miei interlocutori, che in questi trenta giorni sono stati in particolare i membri della Commissione di Vigilanza sui servizi radiotelevisivi e la Rai, non posso fare a meno di sottolineare che ho provato a dare e a darmi tempo. Tempo che potesse favorire il confronto, la riflessione, la presa di coscienza. Adesso questo tempo, per ovvie ragioni, non potrà durare ancora a lungo.
Nel rileggere, nel corso della mia rubrica social “Buonanotte compagni”, una lettera inviata da Marco Pannella, nell’ottobre del 1989, all’allora Presidente della Camera Nilde Iotti, non ho potuto fare a meno di pensare che quella lettera è oggi attuale quanto lo era ieri e probabilmente più di ieri. Scriveva tra l’altro Pannella: “Signora Presidente, dovunque si volga lo sguardo il prevalere di impulsi, riflessi, violenze istituzionali e sociali di carattere inequivocabilmente fascistico mi appare tragicamente chiaro.
Se manca, o sembra mancare, la violenza squadristica, con le sue vittime e i suoi assassini, è perché l’assassinio dell’immagine, della verità, della tolleranza, delle idee, delle stesse leggi e del loro fondamento morale, la Costituzione, lo si compie oggi ogni ora, in modo più completo, profondo, radicale di allora, attraverso l’opera dei mass-media (in primo luogo la RAI-TV, il cui teppismo e squadrismo, non più nella sola prima rete […] La Commissione di Vigilanza sulla RAI-TV sta impegnando direttamente il Parlamento in un’opera pilatesca e farisaica di complicità omissiva con questo quadro sovversivo, di tradimento della Costituzione, di negazione della legge, della legalità, della legittimità dello scontro politico […] Per questo presento le mie dimissioni da deputato. Quel che sta accadendo in occasione delle elezioni amministrative romane non sarebbe più tollerato nell’Est europeo, nemmeno in URSS, dove Yeltsin non sarebbe nemmeno stato conosciuto come candidato, se avesse concorso come ad elezioni italiane. Non ci sto. Mi creda suo devotissimo”.
Non so se personalmente me la sento di rivolgermi a gran parte dei miei interlocutori utilizzando il termine “devotissimo”, ma so che non smetterò fino a quando avrò un filo d’aria nei polmoni di difendere un diritto che è di tutti e di ciascuno e di agire secondo coscienza e non secondo convenienza. C’è un manifesto-appello a sostegno della riforma dell’ordinamento giudiziario, prodotto dall’Associazione Radicali Lucani di cui sono segretario, che è stato reso clandestino da un servizio pubblico radio-televisivo che tra l’altro, una volta di più, sta assassinando le ragioni della nonviolenza e, spiace dirlo, sta vestendo panni consoni ai media di un regime totalitario e non certo di una liberaldemocrazia. A ciascuno il suo o per dirla con i nostri padri “uniquique suum”. Smettetela, vi prego, lo dico anche al ceto dirigente e politico, di comportarvi come quelle evangeliche guide cieche abituate a filtrare il moscerino e ingoiare il cammello.
La democrazia è un fiore che va costantemente curato e per quanto potrà apparire smisurata, nutro e provò a nutrire l’ambizione di essere un attivatore di democrazia.

