Il Capogruppo di Fratelli d’Italia: essere strategici per L’Italia deve diventare un vantaggio per la Basilicata. Di seguito la nota integrale.
Tolti gli aggettivi, le accuse e i processi alle intenzioni, nella nota delle opposizioni sul petrolio manca proprio la cosa più importante: una proposta.
Si parla di “protervia”, di decisioni prese “sulla testa dei lucani”, di una Basilicata ridotta a “giacimento da sfruttare”. Parole pesanti. Ma alla fine resta senza risposta una domanda molto semplice: quale idea hanno per il futuro energetico ed economico della Basilicata?
Partiamo allora dai fatti.
Giorgia Meloni a Bari ha posto una questione che riguarda l’interesse nazionale: un Paese che dispone di risorse energetiche deve utilizzarle responsabilmente per ridurre, per quanto possibile, la propria dipendenza dall’estero. Non ha annunciato un piano per aumentare le estrazioni in Basilicata. Ha parlato della possibilità di aumentare la quota estraibile nei mari italiani e ha richiamato la Basilicata nel ragionamento più generale sulle risorse di cui dispone il nostro Paese.
Collegare quelle parole ai permessi “Il Perito” e “La Capriola” fino a rappresentare l’esistenza di un disegno deciso oggi sulla testa dei lucani significa mettere insieme vicende diverse.
Quelle istanze, infatti, risalgono rispettivamente al 2011 e al 2012. E un permesso di ricerca, è bene ricordarlo, non equivale a una concessione di coltivazione e quindi non significa autorizzare automaticamente una nuova produzione di petrolio. Sono fatti, non interpretazioni.
Questo non significa sottrarsi alla discussione. Significa fare esattamente il contrario: affrontarla seriamente.
La Basilicata produce circa l’85% del greggio estratto in Italia. È dunque una terra strategica per la sicurezza energetica nazionale.
E allora io pongo una questione che considero molto più importante della polemica di queste ore: se la Basilicata è strategica per l’Italia, essere strategici per l’Italia deve diventare sempre di più un vantaggio per la Basilicata.
È questa la battaglia politica che dobbiamo avere il coraggio di aprire.
Più valore deve restare sul nostro territorio. Significa lavoro qualificato per i nostri giovani, crescita delle imprese lucane, ricerca, innovazione, formazione, infrastrutture, servizi e condizioni energetiche più competitive per famiglie e attività produttive.
Con un punto fermo: salute, ambiente e sicurezza dei territori non sono merce di scambio. Sono condizioni inderogabili di qualsiasi scelta.
Per questo non mi interessa la caricatura di una Basilicata divisa tra chi vorrebbe trivellare ovunque e chi vorrebbe fermare tutto.
La politica seria deve porsi una domanda più difficile: come utilizziamo oggi una risorsa che prima o poi finirà per costruire un’economia che possa camminare con le proprie gambe anche quando quella risorsa non ci sarà più?
È qui che vedo il vero limite dell’opposizione.
Denuncia lo spopolamento, la mancanza di infrastrutture, il bisogno di lavoro e la fuga dei giovani. Problemi reali, sui quali nessuno può permettersi di essere soddisfatto. Ma quando arriva il momento di indicare un modello di sviluppo concretamente sostenibile, alle accuse non segue una proposta altrettanto chiara.
Noi invece dobbiamo avere l’ambizione di costruirlo.
E anche la scadenza del 2029 non deve essere agitata come uno spauracchio. Deve diventare un appuntamento al quale la Basilicata deve arrivare preparata, autorevole e con una propria strategia: sapendo cosa chiedere, quali interessi tutelare e quale futuro costruire.
La posizione del centrodestra deve essere chiara: la Basilicata non è un territorio da sfruttare, ma neppure una Regione condannata ad avere ricchezze senza trasformarle in sviluppo.
Può contribuire alla sicurezza energetica dell’Italia e, nello stesso tempo, pretendere che quel contributo produca più opportunità per i lucani.
Le due cose non sono in contraddizione. Questa è la sfida.
Perché il petrolio prima o poi finirà. Il valore che saremo stati capaci di costruire con il petrolio, invece, può restare.
Ed è su questo, non sulle paure, che si misura la capacità di una classe politica di governare il futuro.»

