Mini vitalizi, Giuseppe Digilio: Quando il problema non è la norma, ma il sistema. Sono il prodotto di una politica che ha smesso di interrogarsi sull’interesse generale e ha imparato a sopravvivere a se stessa, mentre la Basilicata diventa più fragile, meno attrattiva e sempre più spopolata. Di seguito la nota inviata da Giuseppe Digilio, sociologo e attivista politico.
La vicenda dei mini vitalizi regionali è stata rapidamente trasformata nell’ennesimo bersaglio facile dell’indignazione pubblica. Una norma approvata senza clamore, pochi beneficiari, un vantaggio economico circoscritto. Una storia perfetta per alimentare rabbia istantanea e consenso emotivo, ma insufficiente a spiegare il vero problema.
Fermarsi al tema del vitalizio, significa osservare l’effetto e continuare a ignorare la causa. Perché il problema non è chi ha sfruttato le pieghe di una legge per garantirsi un beneficio personale, ma il fatto che quel beneficio fosse perfettamente coerente con un sistema politico che da anni ha smesso di misurarsi con l’interesse generale. I mini vitalizi non sono un’anomalia, ma il prodotto prevedibile di un assetto di potere che ha normalizzato l’autotutela come prassi e l’assenza di risultati come condizione accettabile.
Da anni si costruiscono sovrastrutture per distribuire prebende. Non per governare meglio i processi economici e sociali, ma per garantire posizioni, incarichi e rendite a una platea trasversale di fedeli, a cui la Regione continua a destinare risorse e benefici.
Da sette anni la Basilicata è governata da Vito Bardi. Un ciclo politico sufficientemente lungo per essere giudicato sui risultati, non sulle intenzioni né sulle narrazioni. Il bilancio restituisce una regione più fragile, meno attrattiva, attraversata da una crisi economica persistente e da un progressivo impoverimento sociale. In questo contesto, la politica regionale, da anni dimostra una sorprendente attenzione agli equilibri interni e una scarsa capacità di incidere sulle priorità reali.
Non è un caso che la sanità versa in una crisi ormai cronicizzate, i trasporti restano inadeguati, il miraggio di uno sviluppo socio economico sempre più debole, per non parlare dei fondi europei senza impatto. Quelle aziende energetiche a cui abbiamo regalato o svenduto il territorio, non hanno prodotto benefici strutturali, mentre la regione continua a perdere giovani e competenze. Lo spopolamento avanza senza una strategia capace di rendere la Basilicata competitiva e desiderabile.
Ma questa crisi non riguarda solo il governo regionale. È l’intero sistema politico a mostrare segni di logoramento.
Il caso di Matera, ma anche della città di Potenza, è emblematico. Caratterizzato da una politica locale frammentata, segnata da instabilità, personalismi, interessi incrociati, logiche di veto e una conflittualità permanente che impediscono di trasformare le opportunità in governo solido. È il riflesso di una crisi più ampia che investe rappresentanza, credibilità e visione.
In questo quadro anche l’opposizione fatica a sottrarsi alle proprie responsabilità. La denuncia dei mini vitalizi è arrivata puntuale, ma negli anni la vigilanza sulla tutela degli interessi dei cittadini è stata discontinua. Dunque, oggi, una critica selettiva rischia di apparire più tattica che alternativa, più utile a intercettare consenso che a costruire un’idea di governo.
Diciamo la verità, i mini vitalizi non sono lo scandalo, ma il sintomo di una politica che ha smesso di misurarsi con i risultati e ha imparato a proteggere se stessa, anche cambiando linguaggio, alleanze o bandiere. Lo dimostra la corsa di consiglieri pronti a sconfessare decisioni votate in aula, elevandosi a paladini di giustizia davanti alle telecamere, come se la responsabilità fosse sempre di altri. È una politica che chiede sacrifici ai cittadini mentre conserva margini di tutela per chi ne fa parte.Indignarsi per una singola norma è comprensibile, ma insufficiente. Finché questo modello continuerà a produrre consenso nonostante l’assenza di risultati, a pagare il prezzo sarà ancora una volta la comunità, stretta sotto il peso di una classe dirigente che cambia pelle, ma non sistema né visione.

