Repubblica e Costituzione rimangono ancora delle bussole imprescindibili per le politiche sul lavoro. Di seguito la nota inviata da Piergiorgio Laguardia, responsabile Dipartimento Lavoro e Crisi Aziendali di Fratelli d’Italia provincia di Potenza
Il 2 giugno 1946 oltre che una data di commemorazione, rappresenta anche una data apripista: apripista verso le istanze del mondo del lavoro accolte nella nostra Costituzione con lo stesso spirito e con una simile formulazione rispetto al Codice Di Camaldoli.
Non a caso già nel Codice Di Camaldoli si anticiparono i temi poi meglio declinati e formulati nella nostra Costituzione, dall’art 36 che dispone una equa retribuzione del lavoratore, all’art 39 sull’efficacia erga omnes della contrattazione collettiva per poi arrivare anche all’art 41 sulla responsabilità sociale d’impresa.
Riteniamo importante, e con effetti positivi anche sul mondo del lavoro, l’impianto comunitario del ruolo dell’individuo nella società e nel mercato del lavoro: gode sicuramente anche di alcuni diritti naturali, ma è nella comunità, anche quindi nella fabbrica di comunità per dirla alla Olivetti, che l’individuo trova la piena e migliore realizzazione.
Non a caso le aziende più forti e più solide sono quelle che adottano un giusto equilibrio nella gestione delle risorse umane, deviando un po dal modello fortemente verticale e verticistico per adottarne uno orizzontale che democratizza i processi di decisione, la partecipazione agli utili in sintonia e non in contrasto con il contratto collettivo nazionale e la democratizzazione e pluralismo della governance aziendale.
Ma, ad onor del vero, va anche detto che l’art 39 Cost mantiene un filo di continuità funzionale con l’ordinamento giuridico precedente, ma efficientandolo e migliorandone le storture evidenti. Il 2 giugno 1946 ha poi fatto scaturire un bellissimo e ormai stranoto articolo, cioè che l’Italia è una repubblica fondata sul lavoro, perché, abbracciando anche le tesi cattolico-sociali di La Pira, Mattei, Fanfani, Dossetti ed anche poi il capitalismo meridiano dei frati post francescani ( spiegato magistralmente dall’economista Luigino Bruni), il lavoro dovrebbe rappresentare l’unico vero strumento di ascensore sociale ed un grande alleato dell’equità e del merito.
Al lavoro poi la nostra stessa Costituzione unisce comunque una prospettiva di cooperazione, antidoto sia all’invidia sociale contro i ricchi sia alla povertà interpretata come una colpa. Il 2 giugno 1946 ed il post 2 giugno 1946 rappresenta un monito ancora odierno soprattutto per ciò che accadde dopo: la classe politica e la classe dirigente si impegnarono a promuovere appelli ed azioni unitarie per perseguire il bene comune, dopo una campagna elettorale particolarmente accesa e divisiva.
Dopo 80 anni la Repubblica e la Costituzione, per quanto sicuramente possano aver contratto qualche acciacco come un anziano di quell’età, rimangono ancora delle bussole imprescindibili, il destino comune inciso negli orizzonti di ciascuno di noi.
In questi 80 anni per l’appunto la nostra Repubblica ha dovuto affrontare anche eventi drammatici che l’hanno duramente, ma, parafrasando Fabrizio Moro, la Repubblica è patrimonio comune, è di tutti, di chi cade e rialza la testa, di un vecchio che è stanco ma in fondo ne è fiero e si commuove pensandola in bianco e nero, di chi vuole amarla ed è stato male soltanto a guardarla ed anche di chi l’ha umiliata dicendo lo giuro e poi le ha negato persino il futuro.
In questo 2 giugno però riteniamo sia importante ricordare chi è parte essenziale della Repubblica e la rappresentano nelle sue varie declinazioni: i Prefetti, i Procuratori Della Repubblica, gli ufficiali dell’Esercito e dell’Arma Dei Carabinieri che difendono i valori della Repubblica italiana all’estero ed in patria, garantendo legalità.

