«Il Governo ha scelto di voltarsi dall’altra parte. Ha respinto un mio Ordine del Giorno che chiedeva soltanto una cosa di buon senso: verificare se la riforma universitaria rischia di aggravare le disuguaglianze tra gli atenei italiani e penalizzare ulteriormente quelli del Mezzogiorno e delle aree interne. Evidentemente conoscere gli effetti delle proprie scelte non interessa.»
Lo dichiara il deputato Arnaldo Lomuti dopo il voto contrario del Governo all’Ordine del Giorno presentato nell’ambito dell’esame del disegno di legge sulla riforma del reclutamento universitario.
«Questa riforma viene presentata come uno strumento per rendere più efficiente il sistema universitario. Ma un sistema è davvero efficiente soltanto se cresce nel suo insieme. Se, invece, produce università sempre più forti da una parte e università sempre più deboli dall’altra, allora non stiamo costruendo un’università migliore: stiamo costruendo un’università più diseguale.
La maggiore mobilità di docenti e ricercatori può rappresentare un’opportunità. Senza adeguati correttivi, però, rischia di trasformarsi in un trasferimento di competenze dagli atenei meno attrattivi verso quelli già più forti, finanziati e competitivi, ampliando un divario territoriale che il Paese dovrebbe invece ridurre. Questo rischio è aggravato da un altro dato che il Governo continua a sottovalutare: le università italiane stanno affrontando una progressiva riduzione delle risorse disponibili, mentre aumentano i costi di funzionamento. In queste condizioni gli atenei economicamente più fragili avranno sempre maggiori difficoltà ad attrarre e trattenere docenti, ricercatori e giovani talenti.
La Basilicata ne sarebbe tra le principali vittime. La nostra regione combatte ogni giorno contro lo spopolamento, la fuga dei giovani laureati e la difficoltà ad attrarre investimenti ad alta intensità di conoscenza. Indebolire il sistema universitario significa compromettere una delle poche leve capaci di generare sviluppo, innovazione e occupazione qualificata. Dove si indebolisce l’università, si indebolisce anche il territorio. A pagare il prezzo più alto saranno soprattutto i giovani ricercatori, già costretti a percorsi professionali caratterizzati da forte precarietà e da prospettive sempre più incerte. Senza un deciso investimento sul sistema universitario pubblico continueremo ad assistere alla fuga di competenze che il nostro Paese forma con risorse pubbliche e poi consegna ad altri sistemi universitari.
La bocciatura del mio ordine del giorno desta preoccupazione. Se il Governo è davvero convinto della bontà della riforma, perché rifiutare perfino di misurarne gli effetti sui territori? Perché opporsi a un semplice monitoraggio parlamentare? La risposta è evidente: si preferisce non vedere gli squilibri che questa riforma rischia di produrre. Il rischio è quello di un sistema universitario sempre più frammentato, nel quale pochi grandi poli concentrano risorse, docenti e opportunità, mentre gli atenei del Mezzogiorno e delle aree interne vengono progressivamente marginalizzati. Sarebbe una sconfitta non soltanto per il Sud, ma per l’intero sistema universitario nazionale. Consentire che il divario tra gli atenei continui ad aumentare significa accettare un’Italia sempre più divisa, nella quale molti giovani saranno costretti a lasciare la propria terra per studiare, fare ricerca e costruire il proprio futuro.
Noi continueremo a batterci affinché il merito non diventi il pretesto per concentrare risorse, competenze e opportunità sempre negli stessi luoghi. La qualità dell’università italiana si misura anche dalla capacità di garantire pari opportunità agli studenti e ai ricercatori di ogni territorio. Difendere gli atenei della Basilicata e del Mezzogiorno significa difendere uno sviluppo equilibrato dell’intero Paese.»

