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La nuova piazza secondo Llavador riapre il dibattito sull’urbanistica

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Riflessioni sulla riqualificazione della presunta piazza della Visitazione di Michele Morelli


"Matera si proietta ufficialmente in una dimensione europea, esaltando una delle sue principali piazze cittadine … rendendola il nuovo centro civico e il nuovo simbolo architettonico della città" . "La giornata odierna rappresenta un momento di apicalità …"

"Matera sta preparando il salto di qualità. Si candiderà a capitale europea della cultura e diventerà punto di riferimento per il turismo attraverso un disegno urbanistico di qualità".

"Si tratta del primo passo per rendere Matera laboratorio creativo per l’architettura contemporanea e sede di centro applicativo della manutenzione urbana"
Sono solo alcune delle tante dichiarazioni che hanno fatto da contorno alla presentazione del vincitore del concorso di idee promosso dall’amministrazione comunale. Spesso gli amministratori sono portata ad enfatizzare più del dovuto le cose che propongono. A volte, nell’esagerare, rischiano di superare i limiti della ragione e defluire, con le loro testimonianze, nel grottesco.

La prima domanda che ci siamo posti è se davvero siamo di fronte ad un evento epocale, una nuova epopea, ad una impresa memorabile.
Con tutta franchezza, crediamo che sia necessario ridimensionare l’enfasi con la quale gli organizzatori hanno annunciato l’evento. Il paragone con la vicenda urbanistica degli anni 50 appare a dir poco azzardato. La riqualificazione dell’area ex ferrovie calabro lucane, che non è mai stata una piazza e né lo era nelle previsioni di piano, non essendo altro che il risultato di una mancata urbanizzazione, non possiede nessuno dei presupposti urbanistici, sociologici, antropologici, culturali ed economici, per non dire storici, della vicenda, quella si epocale, che ebbe avvio alla metà del secolo scorso e continuò per circa un ventennio. Non ci sembra il caso di avventurarsi su questo terreno di confronto.
Se vogliamo essere onesti con noi stessi, l’oggetto di cui si discute non è altro che una banale operazione (anche se complessa) di riqualificazione di un’area modesta, un ex nodo ferroviario di provincia, nel cuore della città, a valle di una urbanizzazione squilibrata consumata sulla collina di Macamarda.

E proprio a partire da quello che era accaduto nel centro direzionale, molti cittadini, in questi ultimi anni, hanno manifestato la volontà di salvaguardare il comparto evitando quanto più possibile l’inserimento di nuovi volumi.

Questa esigenza è stata ribadita in più occasioni, finanche nell’ultimo documento di indirizzo approvato dal consiglio comunale per la redazione del regolamento urbanistico e il piano strutturale (delibera di C.C. n. 39 /2006).

Cambia l’amministrazione, cambiano gli indirizzi. Se si chiede al privato di sostituirsi al pubblico con l’artificio del "progetti di finanza", pare evidente che le proposte non possono che prevedere volumi compensativi per le imprese.

Il punto critico sta proprio nel contenuto dell’indirizzo posto a base del concorso, vale a dire la convenienza economica dell’intervento da parte delle imprese costruttrici. Rendere appetibile una proposta di trasformazione urbana alle imprese significa, più delle volte, ipotizzare interventi volumetrici oltre misura, per non dire fuori scala come nel caso di cui parliamo. Si è voluto tener fuori la città (si è voluto evitare il contatto con la comunità, l’incontro etnografico direbbe E. De Martino) pensando che il problema si potesse risolvere delegando il tutto ai grandi dell’architettura sperimentale (non riflettendo sui limiti di una progettazione “svolta per visite” aggiungerebbe G. B. Bronzini).

Per l’attuale amministrazione la questione non è più la ricucitura dello strappo consumato negli ultimi vent’anni, è diventata un’altra. Si è de-contestualizzato il luogo e, nello stesso tempo, per stupire e infondere un panorama di ottimismo, si sta tentando di offrire ai materani il "vaso di pandora".

Il che significa più opere, più cemento, meno spazio libero per respirare. La nostra tradizione urbanistica e architettonica è stata, nel bene e nel male, fortemente intrisa di valori ambientali, sociali e antropologici. La questione è se questa architettura, orfana, pericolosa e spesso sconcertante, fluttuante e per certi aspetti apparentemente immateriale, dai costi esorbitanti, contribuirà a definire un nuovo modello abitativo o se invece sarà destinata a soddisfare le solite note rendite e i desideri smanianti del "nuovo" ceto politico.

Ci interessa molto, invece, capire cosa pensano gli uomini e le donne che ragionano, i professionisti nostrani, gli intellettuali, i geografi e i sociologi urbani, gli scrittori e quanti sono in grado di esprimere autonomia di pensiero.

La città è in una crisi profonda, questo è forse il momento di discutere e concentrasi sul grande tema dell’innovazione tecnologica, sul risparmio energetico e fonti rinnovabili, sulle infrastrutture immateriali, sui servizi ai cittadini e alle imprese, di istruzione e formazione, di beni comuni e patrimonio ambientale, in una parola abbiamo bisogno di de-costruire la città.

Michele Morelli delle rispettive collettività".

 

donato_mola.jpegLA REPLICA DI DONATO MOLA (nella foto a sinistra), blogger di hyperbros.com

Apriamo ai ‘dilettanti del pensiero’
in risposta all’articolo di Michele Morelli: Riflessioni sulla riqualificazione della presunta piazza della Visitazione
Donato Mola

Caro Michele
parto da una critica ad alcuni passaggi contenuti nelle tue pur profonde riflessioni sulla ‘riqualificazione della presunta piazza della Visitazione’ per esporre le mie di riflessioni.

I temi oggetto della tua ‘indagine’ sono spunti stimolanti per un ‘dilettante del pensiero’ come il sottoscritto, anche se nella critica di alcune tue considerazioni non ci ritroviamo.
Nella prima parte della tua ‘lettera aperta’ ti riferisci ai toni coi quali gli amministratori enfatizzano il progetto vincitore e lo stesso concorso di idee per la ‘riqualificazione della piazza’.
E’ lecita una presa di posizione, ed è legittima una critica ai toni. Ma queste considerazioni, da sole, non bastano a contraddire i contenuti di un progetto urbanistico-architettonico.
Non è, certamente non per me, un evento ‘memorabile’. Come memorabili non sono altri interventi di riqualificazione-valorizzazione che negli ultimi tempi sono stati avviati o portati a compimento: la Cava del Sole, l’ingresso ‘monumentale’ di San Vito, l’illuminazione dei beni artistici.

Ho citato solo quelli che saltano immediatamente all’occhio. Interventi che sembrano non essere inseriti in un più ampio quadro progettuale. L’amministrazione per tramite di queste opere sta provando a rimettere in moto un meccanismo che è stato fermo per molto tempo. E’ un merito.

Ritengo ambizioso e al tempo stesso ‘inutile’ scomodare ‘l’incontro etnografico’ di De Martino. Al dibattito sulle modificazioni e gli strappi che hai citato, purtroppo i ‘professionisti del pensiero’ si guardano bene dal partecipare. Gli studi ed i contributi che pur potrebbero fornire gli ‘accademici’ restano relegati all’interno delle stanze di Via San Rocco, dove magari si sono consumano ben altri tipi di ‘incontri antropologici’. E gli architetti? E gli altri pensatori? Dove sono?

A mio parere ‘Non si è voluto tener fuori la città’. Più semplicemente, Michele, la città non partecipa perchè la città ha smesso di interessarsi e prender parte alla costruzione del proprio futuro. La città dei professionisti, degli intellettuali e dei dilettanti del pensiero quando non ‘deride’ si limita a compatire ed incoraggiare con una pacca sulla spalla chi continua a sproloquiare e chiedere di – ridare a questa Città, la ‘vecchia Signora che fu contadina’, stuprata dai Suoi novelli Lanzichenecchi, la dignità e il ruolo che Le competono’ – (N.d. R. Non è difficile risalire alla figura cui faccio riferimento. Un uomo solo. Un cittadino solo.)

La città, come scrivi, è in una crisi profonda. E’ vero. I circoli del pensiero sono confusi. Anche se ci sono persone con grande volontà e altrettanta capacità mancano gli spazi. Spazi di espressione e di libero confronto. E non è qualcosa di imputabile alla sola ‘amministrazione comunale’. Gli ‘ultratrentenni’ ( e ultra quarantenni e via dicendo) ingombrano ed occupano gli spazi dei più giovani, persone che avrebbero qualcosa da dire. Persone che vorrebbero fare, e che chiedono non di essere aiutati, ma semplicemente di non essere intralciati.
E’ questa la crisi che Ci attanaglia. Facciamo dunque un passo indietro, mettiamoci in un angolo, diamo fiducia e sopratutto ‘ascoltiamo’ chi non si è ancora espresso, chi non ha una ‘immagine pubblica’ o una esperienza alle spalle. Diamo modo a questa Città di esprimere il Meglio che può.

Un esempio è la vicenda ormai famosa del film-documentario Egghia – La festa dei materani, così aspramente criticato dai ‘custodi della tradizione’ ma che rappresenta una mirabile sintesi di quella riattualizzazione dei valori di una comunità e di ‘progettazione partecipata’ cui anche nella progettazione urbanistica fai riferimento.

La storia, per chi non la conosce, è ben documentata su queste pagine: http://www.egghia.it/lafestadeimaterani/index.html

E allora, per chiudere, i valori sociali, storici ed antropologici cui fai riferimento e che hanno segnato la storia millenaria del Nostro territorio, sono un ricordo di tempi ormai lontani e in cui, sopratutto non se ne aveva consapevolezza. La domanda che piuttosto dovremmo porre a noi stessi e sopratutto alle ‘generazioni più giovani’ è la seguente: siamo in grado di emanciparci dal modello contadino, riattualizzandone i valori? Siamo ancora capaci di offrire spazi e stimolare la partecipazione di chi sino ad ora è rimasto in ombra? Secondo me, il punto è questo.

Non possiamo più aspettare che si pronuncino i soliti dinosauri delle accademie, degli studi professionali etc. etc.

Un caro saluto
Donato Mola

 

 

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