Operazione antidroga “Magnete” della Guardia di Finanza di Matera, Francesco Di Marzio: “Matera si indigna per una festa, ma resta in silenzio davanti al dramma della droga”. Di seguito la nota inviata dallo psicologo e psicoterapeuta materano Francesco Di Marzio.
Ci sono silenzi che fanno più rumore delle parole.
Nei giorni scorsi Matera si è trasformata in un’aula di tribunale. Sui social, nelle piazze e nelle conversazioni private si sono moltiplicati giudizi severi, accuse, condanne morali e polemiche su alcuni momenti dei festeggiamenti della Madonna della Bruna. C’è chi ha parlato di scandalo, chi ha invocato il rispetto della tradizione, chi ha rivendicato una presunta superiorità morale nel difendere la Festa.
Poi è arrivata un’altra notizia: un’importante operazione della Guardia di Finanza, con quattro arresti e tre misure dell’obbligo di dimora nell’ambito di un’indagine per presunto spaccio di sostanze stupefacenti.
E, improvvisamente, il silenzio.
Naturalmente, ogni vicenda giudiziaria deve essere affrontata nel pieno rispetto del lavoro della magistratura e della presunzione di innocenza, principio fondamentale dello Stato di diritto. Ma ciò che colpisce è la diversa intensità delle reazioni. Per una festa ci si divide, ci si offende, ci si accusa reciprocamente. Di fronte a un fenomeno che può compromettere il futuro di tanti giovani, invece, sembra quasi che la coscienza collettiva perda la voce.
Eppure la droga rappresenta una delle emergenze più profonde e dolorose del nostro tempo. Non perché riempia le pagine della cronaca, ma perché svuota lentamente la vita delle persone. Distrugge famiglie, interrompe percorsi di crescita, alimenta violenza, criminalità e sofferenza. Dietro ogni episodio di spaccio non c’è soltanto una violazione della legge: c’è un tessuto sociale che si lacera.
La domanda, allora, dovrebbe essere un’altra: perché sempre più giovani finiscono per cercare nelle sostanze una risposta alla propria sofferenza?
La risposta non è semplice, ma una parola ritorna con forza: solitudine.
È la grande malattia silenziosa del nostro tempo. Una solitudine che non coincide con l’essere fisicamente soli, ma con il sentirsi invisibili. Si può essere circondati da persone e vivere ugualmente nell’abbandono emotivo. Si può avere centinaia di contatti sui social e non avere nessuno da chiamare quando il dolore diventa insopportabile.
Molti ragazzi crescono in una società iperconnessa e, paradossalmente, sempre più incapace di costruire relazioni profonde. Trascorrono ore davanti a uno schermo, ma sempre meno tempo negli occhi di qualcuno che li ascolti davvero. Ricevono informazioni, ma raramente trovano qualcuno disposto ad accogliere le loro paure, i loro fallimenti, le loro fragilità.
La psicologia descrive con chiarezza questo fenomeno: quando il dolore non trova una relazione che lo accolga, cerca un’anestesia. Le sostanze promettono ciò che la vita sembra negare: sollievo immediato, assenza di paura, fuga dall’ansia, dall’inadeguatezza e dal vuoto. È una promessa ingannevole, perché trasforma il bisogno di essere amati in una dipendenza che rende ancora più soli.
Ma sarebbe troppo facile attribuire ogni responsabilità ai giovani. Essi sono spesso lo specchio delle nostre omissioni.
Viviamo in una cultura che pretende prestazioni, risultati, perfezione e successo, ma dedica sempre meno tempo all’educazione emotiva. Ai ragazzi insegniamo a competere, ma non ad affrontare il fallimento; a raggiungere obiettivi, ma non a dare un nome alle proprie emozioni; a costruire un curriculum, ma non una vita interiore.
Forse è proprio qui che dovremmo indignarci.
Dovremmo indignarci quando un adolescente pensa di non valere nulla.
Quando una famiglia smette di parlarsi.
Quando un genitore non riesce più a trovare il tempo di ascoltare un figlio.
Quando un giovane preferisce rifugiarsi in una sostanza perché non trova un luogo nel quale sentirsi accolto.
Quando interi quartieri perdono spazi di aggregazione, cultura, sport e socialità.
Queste sono le vere emergenze che dovrebbero scuotere la coscienza di una città.
Le forze dell’ordine svolgono un lavoro prezioso e indispensabile nel contrastare il traffico di droga. Ma nessuna operazione di polizia, da sola, potrà mai eliminare il disagio che alimenta la domanda di sostanze. La prevenzione nasce molto prima. Nasce nelle famiglie, nelle scuole, nelle parrocchie, nelle associazioni, nei luoghi dove si costruiscono fiducia, appartenenza e speranza.
Ed è proprio qui che la Festa della Bruna può offrire una lezione preziosa.
Non è soltanto un patrimonio storico, artistico e identitario. È una straordinaria occasione per ricostruire comunità, rinsaldare legami, creare incontro tra generazioni, ricordare che nessuno si salva da solo. Se vissuta nel suo significato più autentico, la Festa insegna che una comunità è tale quando sa farsi carico delle fragilità dei suoi membri, soprattutto dei più giovani.
Per questo appare paradossale concentrare tanta energia nel giudicare alcuni momenti della Festa e così poca nell’affrontare un fenomeno che rischia di compromettere il futuro di un’intera generazione.
Una comunità non si misura dalla forza con cui condanna ciò che appare discutibile, ma dalla capacità di riconoscere e curare le proprie ferite più profonde.
Le polemiche finiranno. I post verranno dimenticati. Le discussioni si spegneranno.
Ma un ragazzo che cade nella dipendenza continuerà a soffrire anche quando i riflettori si saranno spenti.
E forse è proprio questa la domanda che Matera dovrebbe avere il coraggio di porsi: ci stiamo scandalizzando per le cose giuste oppure stiamo facendo rumore dove è più facile farlo, mentre rimaniamo in silenzio davanti a ciò che davvero chiede il nostro impegno, la nostra responsabilità e la nostra umanità?
Francesco Di Marzio

