L’arciliuto a 14 cori del 1665 di Luca Tarantino per il concerto “Il più bel fiore” del Festival Duni a Matera: report e foto

21 Novembre, 2019 22:25 |
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Nuovo appuntamento questa sera nella chiesa del Cristo Flagellato per il Festival Duni con il concerto “Il più bel fiore” che ha visto protagonista l’arciliuto a 14 cori del 1665 di Luca Tarantino.
Il più bel fiore è l’esordio da solista di Luca Tarantino, liutista, compositore, chitarrista e produttore leccese, specializzato nella ricerca e nella riproposta della musica antica. Prodotto dall’etichetta discografica del Canzoniere Grecanico Salentino con il sostegno di Puglia Sounds Record 2019 (Regione Puglia – Fsc 2014/2020 – Patto per la Puglia – Investiamo nel vostro futuro), il disco – un’opera strumentale per arciliuto a 14 cori – racconta l’avvento del barocco italiano, attraverso le opere dei maestri collegati alla corte di Papa Urbano VIII Barberini.
Le musiche, tratte da un anonimo quaderno di liuto, sono composte, infatti, nella prima metà del ‘600 da alcuni dei più grandi autori dell’epoca: il napoletano Andrea Falconieri, il reggiano Pietro Paolo Melii, il veneziano Johann Hieronymus Kapsperger, il romano Arcangelo Lori e Giuseppe Baglione, figlio del celebre pittore lombardo Cesare. Un disco/concerto – registrato in presa diretta da Valerio Daniele nelle sale del Castello “Volante” De’ Monti di Corigliano d’Otranto, in provincia di Lecce – che prova a restituire all’ascoltatore contemporaneo la suggestione di rivivere un momento storico di grande fermento artistico, il nascere di quell’intensa stagione culturale che gli storici ottocenteschi chiameranno l’Epoca Barocca.
Il titolo “Il più bel fiore” è un frammento del motto dell’Accademia della crusca («Il più bèl fiór ne còglie»), adattamento di un verso di Francesco Petrarca («E ‘l più bel fior ne colse», Canz. LXXIII, 36). Così come il compito che si prefigge sin dalla nascita l’Accademia della crusca è quello di selezionare e distillare il più bel fiore, ossia la parte più alta e pura dell’uso della nostra lingua, lo scopo dell’anonimo compilatore del manoscritto di Doni è stato raccogliere in un unico volume la vetta più alta delle composizioni del nuovo stile dei grandi liutisti della sua epoca e della sua terra. Il più bel fiore dell’intelletto è il raggiungimento della capacità di amare. Di amare la conoscenza, il pensiero e la filosofia, di amare le virtù umane, la Natura e Dio che muove ogni atto umano attraverso l’amore.
Nel 1984 Dinko Fabris pubblicò un articolo sul ritrovamento di un manoscritto conservato nell’archivio di stato di Perugia. Redatto da almeno tre mani diverse in periodi anche distanti tra loro, il “Libro di Leuto” di Gioseppe Antonio Doni conteneva musica per solo liuto attiorbato (arciliuto a 14 cori), in gran parte databile attorno al secondo ventennio del ‘600, composta da vari autori tra loro coevi. In studi ulteriori Fabris ha in seguito fornito nuovi dati circa gli uomini e i luoghi che potrebbero essere all’origine della compilazione del libro. Un’opera di notevole importanza anche per la ricchezza con cui testimonia lo sviluppo del nuovo linguaggio verso cui la musica strumentale stava evolvendo, partendo dalla rivoluzione in atto nella musica vocale già dalla fine del secolo precedente: il graduale passaggio dalla prima prattica – la composizione osservante le regole del contrappunto e della polifonia severa – alla seconda prattica – il nuovo gusto fiorentino, e poi veneziano e romano, per il canto fiorito accompagnato,
Prossimo appuntamento del Festival Duni lunedì 2 dicembre alle 20.30 alla Chiesa del Purgatorio con il clavicembelo di Christophe Rousset, star internazionale del repertorio antico.

La fotogallery del concerto (foto www.SassiLive.it)

 

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